Yuka spalanca gli occhi. Ha davanti una specie di quadro metafisico: una donna nuda, in ginocchio, legata con le mani dietro alla schiena a una sedia ergonomica che oscilla lentamente. La bocca è aperta in un urlo muto e gli occhi grondano di mascara sciolto. Geometrie di cartoni ammonticchiati l’uno sull’altro sullo sfondo, con ombre nette, stagliate, come se il sole del quadro fosse un faro puntato in faccia. Una macchia viola in un angolo: un mucchio di vestiti e delle scarpe da ginnastica.
Sembrano le sue.
No, un attimo… sono le sue.



